Scuola e Università
Il 5 Dicembre scorso si è tenuto a Roma il No B-Day, manifestazione nata dalla rete con l’intento di chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio. Stando agli organizzatori, la manifestazione avrebbe raccolto oltre un milione di persone. Stando ai dati forniti dalla Questura di Roma circa novantamila. Non c’è da stupirsi. Per quanto sappiamo bene come ogni parte esalti i numeri di partecipanti a propria discrezione, devo tuttavia smentire la seconda cifra, in quanto, da partecipante e diretto osservatore, trovo ridicolo parlare di un numero sotto il centinaio di migliaia.
Con rabbia, orgoglio e patriottismo ho camminato per le strade che da Piazza Repubblica portano a Piazza San Giovanni al fianco del Popolo delle Agende Rosse. Con rabbia ho urlato “Fuori la mafia dallo Stato”, con orgoglio ho alzato in cielo una fotografia di Paolo Borsellino, con patriottismo ho sorriso nel vedere sventolare i tricolori, pochissimi ahimè. E con la stessa passione ho provato tanto rancore. Rancore nel vedere tante, troppe, bandiere di partito. Rancore anche nell’ascoltare cori da stadio di banali denigrazioni. Dov’è il senso di insulti quali “nano” o “vecchio”? E’ l’altezza di Berlusconi il problema di questo paese? Domanda retorica, lo so. Perché allora scendere allo stesso, tristissimo, piano di affermazioni quali quella indirizzata dal Cavaliere a Rosy Bindi “lei è più bella che intelligente”? Tuttavia nonostante bandiere e cori fuori luogo, la presenza in piazza era notevole. La rabbia era notevole. La coscienza che il limite di tolleranza sia stato superato in maniera assurda era notevole. Si respirava la consapevolezza che qualcosa sta cambiando, che non è più possibile nascondere l’evidenza. Fini stesso ha capito che siamo vicini all’epilogo politico di Berlusconi ed ha cominciato a prepararsi il terreno per un futuro molto prossimo.
Eppure qualcosa sta davvero cambiando?
Credo sia legittimo chiederselo nel momento in cui non si sente che un minuscolo coro di indignazione (e sono sempre gli stessi pochi) quando un quotidiano, Il Giornale, titola “In piazza gli amici di Spatuzza”!
Si, qualcosa sta cambiando.
Questo scendere ad insinuazioni e offese di così basso grado dimostrano che il governo non conosce altri modi per rispondere alle critiche.
Ed anche il fatto che io e moltissimi miei amici che hanno un orientamento politico simile al mio, ci siamo inspiegabilmente trovati iscritti al gruppo di sostenitori di Berlusconi contro la recente aggressione di Tartaglia, conferma ancora una volta che siamo vicini all’epilogo: purché ci si inizi ad indignare, tutti, di questi vergognosi insulti alla nostra dignità e intelligenza.
E’ vero che Berlusconi non è l’unico, sul social network Facebook, ad essere preda di gruppi che auspicano la morte di qualcuno. Ne esistono infiniti, rivolti ai più diversi personaggi, dai cantanti agli attori, dai parlamentari a sconosciuti professori di scuole di periferia. O ancora, passando per il gruppo “A morte Marco Travaglio”. Eppure “Uccidiamo Berlusconi” (poi diventato “Uccidiamo politicamente Berlusconi”) assume obiettivamente contorni diversi.
Forse uno scherzo, forse un’esagerazione, certo non una notizia degna di allarme tanto da meritare la prima pagina di un quotidiano (vedi Libero e Il Giornale), ma pur sempre un cattivo modo di esprimersi. Prima di tutto perché rischia di far tornare i fantasmi degli anni di piombo con tutta la strategia del terrore che racchiudevano (le cui stragi e sequestri e uccisioni tra l’altro non hanno portato a nessun cambiamento significativo né positivo). Secondo, non può non spaventare anche solo per un istante il pensiero che qualche folle, magari stimolato da questo, possa davvero arrivare ad uccidere il presidente del Consiglio. Certamente la frase di Matteo Mezzadri, giovane dirigente del Pd di Modena, “Possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi” pubblicata sul suo profilo Facebook è stata un errore, dovuto probabilmente all’ingenuità del ragazzo, che prontamente si è scusato e dimesso dal suo ruolo.
Non è difficile comprendere il malessere e il rancore verso Berlusconi: io capisco entrambi. Eppure dalla sua morte, per mano omicida, cosa verrebbe fuori? Un’ Italia senza la sua presenza, certo, ma con l’ombra costante di un martire, con una Storia che in futuro verrebbe insegnata dipingendolo con il pietismo di ogni morte inattesa e ingiusta, per cui ci si dimentica abilmente degli errori commessi dalla vittima.
Il malessere e il rancore non troverebbero forse più soddisfazione nel vederlo, in vita, condannato o costretto a fuggire, magari ad Hammamet sotto una pioggia di monetine?
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L'illegittimità del Lodo Alfano. Reazioni e delegittimazioni dalla maggioranza
Il disegno di legge presentato dal ministro della giustizia Angelino Alfano il 26 giugno 2008, approvato dalle Camere meno di un mese dopo e prontamente firmato dal Presidente della Repubblica, mirava a “tutelare l'esigenza assoluta della continuità e regolarità dell'esercizio delle più alte funzioni pubbliche”. Il testo comprendeva, per le quattro più alte cariche, la sospensione dei processi penali. Il giudice del processo dei diritti Mediaset e quello del processo a David Mills, dopo aver accolto il ricorso del pm Fabio De Pasquale, hanno presentato la pronuncia sulla costituzionalità della legge alla Corte Costituzionale. Il 7 ottobre scorso, per nove voti a sei, il Lodo Alfano veniva considerato illegittimo per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi reagiva attaccando il Presidente della Repubblica Napolitano, dicendo di sentirsi “preso in giro” e attaccando la Corte, dichiarandola “di sinistra”.
Ora, al di là della decisione di costituzionalità, quello che spinge i cittadini a riflettere sono queste dichiarazioni di Berlusconi, ormai diventate retoriche, in cui il tentativo è quello di delegittimare qualunque ente o rappresentante che non condivida e critichi l’operato del governo. Che si tratti di delegittimare la Corte Costituzionale, la Magistratura o il Presidente della Repubblica il fine politico sembra essere evidente: creare una condizione di insoddisfazione popolare e populista in modo sia di distrarre l’attenzione dalle decisioni che questi prendono sia per conservare quel consenso degli elettori che continuano a vedere il Presidente del Consiglio come un perseguitato, una vittima di un complotto dell’opposizione.
Eppure a destare preoccupazione sono proprio queste dichiarazioni, inopportune e irragionevoli, in cui viene minacciato l’operato della giustizia e la personale valutazione di chi è chiamato ad esprimersi. Berlusconi e Ghedini (deputato del PDL e avvocato del premier) che si lamentano di un Presidente della Repubblica che “avrebbe dovuto interloquire nelle fortissime polemiche che ci sono state nei giorni precedenti la decisione della Corte” mostrano una realtà inquietante in cui lo stesso Napolitano viene rimproverato per la sua poca influenza esercitata.
E’ così che per reazione inevitabilmente nascono servizi come quello andato in onda a Mattino 5, in cui si cerca senza successo di rappresentare negativamente il giudice Raimondo Mesiano che ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti. Inevitabilmente si continuano a regalare al proprio elettorato percentuali e sondaggi privi di fonti dimostrative, inevitabilmente si prosegue nel respingere ogni legittima accusa come tesa esclusivamente ad infangare e calunniare il governo in carica.
Inevitabilmente il primo obiettivo del governo appare continuare a delegittimare.
Per sopravvivere, delegittimare.
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Lavoro IN(SICURO)
lavoro (IN)SICURO Si è svolta il 7 settembre scorso la conferenza organizzata dalla nostra associazionepresso il Museo V.Colonna di Pescara.
Lotta di classi
Sapete perchéchiusero i manicomi? C’era chi li considerava un luogo che soffiava via aimalati la loro umanità. La loro dignità di uomini. Erano, in effetti, luoghidisumanizzanti. Che emarginavano il malato e lo facevano sentire più malato diquanto fosse in realtà, per il solo fatto di essere stato messi lì, in unmanicomio. Il fatto di stare all’interno di un manicomio insieme ad altrimalati, innescava quel processo di identificazione del singolo in unadimensione collettiva, che è poi alla base dell’inclusione del singolo in undeterminato gruppo sociale. Adesso immaginate quanto di più aberrante abbiaprodotto l’urbanizzazione di massa. Immaginate l’America degli anni ’30, con isuoi bei quartieri borghesi popolati da bianchi e le periferie luride,puzzolenti,degradatedove abitavano, ammassati, i neri. Nei fatti le minoranze hanno sempre cercato,rispetto al difetto che avvertivano nell’alterità con la maggioranza, motivi diaggregazione. Il meccanismo che si innesca è duplice: auto-esclusione e esclusione.La minoranza tende, inevitabilmente, all’aggregazione come forma di difesacontro lo zeitgeist. La stessa,al contrario, tende ad emarginarlaconsiderandola diversa. Per capire cosa spinge gli uomini simili(superficialmente e nei comportamenti) a stare vicino, bisogna comprendere cosavuol dire sentirsi minoranza. Qualche volta vi è capitato di stare dentro unbar, magari a parlare di politica, accorgendovi che l’assoluta maggioranza deipresenti ha un’idea completamente diversa dalla vostra. Avreste davvero ilcoraggio di dar fiato alla bocca e pronunciarla? Magari molti sì, ma lamaggioranza delle persone no e a questo punto, probabilmente, queste personeinizierebbero ad andare in bar frequentati da gente che la pensa come loro.Questa si chiama: dittatura della maggioranza. E porta ad innescare qui meccanismi che ho citato primasull’identificazione. Una politica dell’integrazione deve evitare il formarsidi questi fenomeni o almeno cercare di placarli. C’è invece chi vuole tornareindietro nel tempo. In questi giorni è in discussione una legge per lacreazione delle classi per soli immigrati. Probabilmente,sarò io all’antica, manon credo che le classi per immigrati siano la risposta giusta da dare alproblema. Sta tutto lì: nell’identificazione. A questo punto perché nonproporre anche classi di soli bimbi ebrei oppure classi di neri. Anzi, facciamocosì, perché non proporre classi per soli bambini handicappati?

